Barocco1612
Giuditta che decapita Oloferne
Artemisia Gentileschi
L'occhio del conservatore
"Il dipinto colpisce per la sua cruda violenza e il drammatico chiaroscuro. A differenza delle versioni maschili dell'epoca, Artemisia ritrae una Giuditta fisicamente impegnata nell'atto, con le maniche rimboccate."
Vertice del caravaggismo al femminile, quest'opera è un grido di vendetta e potere, dove Giuditta giustizia il generale Oloferne con una determinazione fisica e un realismo grafico senza precedenti.
Analisi
L'opera si basa sull'episodio biblico del Libro di Giuditta. Giuditta, una giovane vedova di Betulia, decide di salvare il suo popolo assediato dalle truppe assire. Si introduce nel campo nemico, seduce il generale Oloferne durante un banchetto e approfitta della sua ebbrezza per decapitarlo nella sua stessa tenda. Sebbene il mito sia antico, Gentileschi lo reinterpreta attraverso il prisma del Naturalismo radicale, trasformando un atto di pietà in una scena di lotta accanita. Qui, la decapitazione non è un gesto simbolico, ma un lavoro faticoso, cruento e di una rarissima intensità psicologica.
L'analisi dell'esperto sottolinea che questo dipinto è inscindibile dal trauma personale di Artemisia: lo stupro subito dal pittore Agostino Tassi. Prestando i propri lineamenti a Giuditta, l'artista trasforma la scena in una catarsi pittorica. Non dipinge solo un'eroina biblica; rivendica il suo posto in un mondo dell'arte dominato dagli uomini dimostrando una maestria tecnica superiore. Il sangue che spruzza in archi parabolici sulle lenzuola bianche non è solo un effetto visivo, è la firma di un'artista che conosce il dolore e il tradimento.
A differenza di Caravaggio che mostrava una Giuditta esitante o distaccata, Artemisia insiste sulla forza fisica necessaria all'atto. L'ancella Abra non è più una vecchia in attesa, ma una complice giovane e vigorosa che immobilizza il corpo massiccio del generale. Questa solidarietà femminile di fronte all'oppressione maschile è un perno centrale dell'opera. Il realismo anatomico delle braccia tese e della pressione esercitata sul letto testimonia un'osservazione precisa della fisica dei corpi.
Il contesto della Controriforma gioca un ruolo: la Chiesa incoraggiava immagini forti per ravvivare la fede attraverso l'emozione. Tuttavia, Artemisia supera la committenza religiosa per creare un'opera di totale modernità psicologica. Esplora il confine tra giustizia e omicidio, tra la liberatrice e l'assassina. La tensione è palpabile nel contrasto tra la nobile bellezza di Giuditta e l'orrore dell'esecuzione, rendendo questo quadro uno dei più potenti del XVII secolo.
Infine, l'uso della luce, un tenebrismo ereditato da Caravaggio ma spinto al parossismo, focalizza tutta l'attenzione sul triangolo formato dalle braccia dei tre protagonisti. Questa luce cruda, che sembra emanare da una fonte esterna invisibile, scolpisce i volumi e accentua l'irrimediabilità del gesto. È un'opera che non lascia spazio all'ambiguità: Giuditta non rimpiange nulla, agisce per la propria sopravvivenza e quella del suo popolo.
Il primo segreto di quest'opera risiede nella precisione scientifica del sangue. Artemisia dipinse getti di sangue che seguono precise curve paraboliche, suggerendo che potrebbe aver osservato dissezioni o essersi ispirata alle scoperte di Galileo, che conosceva personalmente. Questa precisione "scientifica" dell'emorragia aggiunge uno strato di realismo che superava di gran lunga le capacità dei suoi contemporanei maschi.
Un altro segreto riguarda l'abbigliamento di Giuditta. Indossa un abito giallo oro, un colore costoso associato al prestigio, ma le maniche sono rimboccate in modo pragmatico. Questo dettaglio è rivoluzionario: mostra che Giuditta non è una figura allegorica, ma una donna d'azione. I gioielli sul suo braccialetto rappresentano figure della mitologia classica, tra cui Artemide, dea della caccia e della castità, creando un legame simbolico diretto con l'artista.
Il quadro degli Uffizi è in realtà una seconda versione, più grande e colorata di quella di Napoli. Artemisia ha intenzionalmente aggiunto dettagli come il sangue sui vestiti di Giuditta in questa versione fiorentina. Alcuni esperti suggeriscono che questa ripetizione fosse un modo per commercializzare il proprio trauma per un pubblico avido di sensazioni forti, ma anche per appropriarsi definitivamente di questo soggetto.
Esiste un segreto legato al destinatario dell'opera. Il dipinto fu rifiutato dal Granduca Cosimo II de' Medici per diversi anni, ufficialmente per la sua violenza, ma probabilmente anche per la reputazione di Artemisia dopo il processo Tassi. Dovette lottare, aiutata dall'amico Galileo, per ottenere il pagamento del suo lavoro, provando che nemmeno il suo immenso talento bastava a cancellare i pregiudizi dell'epoca.
Infine, sotto gli strati di pittura, le riflettografie infrarosse rivelano pentimenti significativi. Artemisia aveva inizialmente concepito una posizione diversa per la testa di Oloferne. Il cambiamento finale accentua l'angolo della nuca, rendendo il gesto di Giuditta più efficace anatomicamente. Questa cura del dettaglio mostra la volontà di rappresentare l'atto di uccidere con la massima verità fisica possibile.
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